Come la Brexit impatta sulla vita dei cittadini

La Brexit ha messo in evidenza come l’Unione europea non sia solamente un carrozzone di burocrati e economisti, ma come le nostre economie e vite siano strettamente intrecciate molto più di quanto sapessero coloro che hanno votato al referendum di giugno 2016. Dimostra che i trattati europei non sono solo commercio e affari, ma la protezione e la promozione di diritti civili, sociali e politici indivisibili

di Roberto Stasi, da Londra
*l’autore è stato segretario del Circolo Pd di Londra 

Chi mai avrebbe pensato che il processo di integrazione europea potesse essere reversibile, che ad un certo punto avremmo visto uno Stato Membro dell’Unione Europea decidere di abbandonare l’Unione ?

Ecco questo non se lo aspettavano di certo i cittadini europei del Regno Unito, i tanti italiani che da decenni vivono nel Regno Unito. Un’emigrazione quella italiana che affonda radici lontane : erano i nostri pittori a emigrare verso le corti inglesi negli anni dello splendore culturale italiano del ‘500 e ‘600, erano i nostri patrioti e rivoluzionari a cercare rifugio e protezione nell’800, poi le ondate di emigrazione popolare e povera, di carpentieri, operai, gelatai, arrotini prima della Grande Guerra, gli antifascisti e gli esiliati politici che fuggivano il Regime Fascista, poi la ricostruzione del secondo dopoguerra delle citta’ inglesi bombardate che richiedeva braccia dal Sud Italia nelle grandi fabbriche di mattoni e di ghisa del nord Inghilterra, fino ai nostri giorni con i giovani in cerca di fortuna che sbarcano dai voli Ryanair a migliaia ogni mese, i nuovi lavoratori della finanza e dei servizi della City, i tanti medici e infermieri che sorreggono il Sistema Sanitario inglese, i tanti studenti e ricercatori nelle tante università inglesi etc….

Ecco tutti questi, compresi i loro discendenti, le loro famiglie, proprio non si auguravano un’uscita del Regno Unito, pensavano che non fosse possibile soprattutto nel Paese che della multiculturalità, dell’attrazione di capitale umano dall’UE e dal resto del mondo ha costruito il suo futuro e la sua ricchezza economica.

La Brexit, le sue negoziazioni complessissime, le soluzioni ad oggi che sembrano impossibili da attuarsi, i suoi effetti economici futuri non ancora stimati e dalle conseguenze imprevedibili, occupano sia la mente di tanti sia la scena politica europea e nazionale.

Il futuro continua ad essere ancora incerto, così come il destino politico del Regno Unito: il prossimo martedì 15 gennaio il Parlamento voterà sull’accordo di recesso siglato dal Governo di Theresa May, con un risultato davvero imprevedibile, viste le tensioni nel Partito Conservatore. Seguiranno, forse, a breve, nuove elezioni o, forse, un nuovo referendum popolare, se la crisi istituzionale dovesse essere così profonda e duratura,

Il 29 marzo, giorno di uscita del Regno Unito dall’UE, è davvero vicino, ma qualche effetto lo inizia già ad avere e altri ne arriveranno nei prossimi mesi, ad iniziare dai cittadini, dai nostri connazionali.

A parte l’aspetto emotivo di chi si ritrova a sentire la condizione di straniero in un Paese dove, come Europeo, si sentiva a casa, ci sono domande pratiche e una serie di incombenze burocratiche che i nostri cittadini italiani stanno o dovranno affrontare in questi e nei prossimi mesi.

Nella trattativa sull’accordo di recesso del Regno Unito dall’UE, la definizione della situazione dei cittadini europei in Gran Bretagna e britannici in Europa è stato il primo punto di contesa tra le parti. Tema difficile perché siamo di fronte a milioni di persone e a un’ampia gamma di situazioni giuridiche e personali diverse che non possono essere facilmente inquadrate in un accordo unico. La sola comunità italiana nel Regno Unito è di circa 600 mila connazionali stabilmente residenti. Siamo secondi solo alla comunità Polacca, che va oltre le 800 mila unità.

L’ipotesi dalla quale si parte è che coloro che sono in Gran Bretagna da almeno cinque anni al momento dell’uscita abbiano diritto di restare e quindi di avere un permesso permanente di soggiorno (Settle Status) e lavoro per sempre. Comprese le loro famiglie e i figli di eventuali famiglie che si formassero successivamente. Ma le sfaccettature possibili sono tantissime e le conseguenze per niente chiare: da un aggravio burocratico e procedurale di cui pagherebbero le conseguenze le fasce più deboli della nostra emigrazione, una selezione per censo e per titoli che di fatto rischia d’introdurre un potenziale punto di discriminazione rispetto ai cittadini inglesi e ai cittadini di paesi terzi.

Dall’altra parte, speculare, c’è la questione dei cittadini britannici in Europa, non pochi visto che sono stimati a 1.200.000, che rischiano anche essi la perdita di alcuni diritti. 

Tutto questo richiede anche da parte delle nostre Istituzioni un piano di servizi di assistenza adeguato, che permetta di avere documenti d’identità e anagrafici in tempi brevi attraverso i nostri Consolati, un sistema di rinnovo dei passaporti e di acquisizione della cittadinanza italiana che sia celere e possibilmente supportato da sistemi informatici all’avanguardia. Molti infatti, saranno anche i cittadini inglesi che con discendenza italiana, riscopriranno il valore della cittadinanza italiana e europea nei prossimi anni, per affetto e per necessita’ di non slegarsi dal continente europeo.

Occorre, quindi, che il nostro Paese si prepari adeguatamente, che elabori un piano di assistenza e di  investimenti per coloro che decideranno, per esempio, di rientrare, con famiglie e imprese in Italia. Potrebbe essere anche un’opportunita’ per ripensare alcune politiche di attrazione degli investimenti dal Regno Unito verso l’Italia, per intercettare flussi in uscita di persone, merci e capitali che preferiranno l’UE al Regno Unito.

Gli atti di questo Governo gialloverde, fino ad oggi vanno proprio nella direzione contraria, a partire dai tagli per l’estero, al blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione e, infine, il decreto sicurezza (dovremmo dire dell’insicurezza) che allunga i tempi per la cittadinanza.

Il Partito Democratico dovrebbe farsi portatore di questo messaggio in qualunque sede politica e istituzionale nazionale e europea.
L’impegno perché ai cittadini inglesi in italia e italiani nel Regno Unito siano garantiti tutti i diritti fino ad oggi goduti, incluso quello di voto alle amministrative, è inderogabile.
Il dialogo e lo scambio politico, culturale, economico e sociale con il Regno Unito deve necessariamente sopravvivere all’uscita dall’Unione Europea, anche per un dovere verso le future generazione di entrambi i Paesi, a cui molte possibilità di crescita e sviluppo, derivanti proprio da questo scambio, potrebbero essere negate nei agli anni futuri.

La Brexit ha messo in evidenza come l’Unione europea non sia solamente un carrozzone di burocrati e economisti, ma come le nostre economie e vite siano strettamente intrecciate molto più di quanto sapessero coloro che hanno votato al referendum di giugno 2016. La Brexit dimostra che i trattati europei non sono solo commercio e affari, ma la protezione e la promozione di diritti civili, sociali e politici indivisibili.

Mi viene da parafrasare Calamandrei, che diceva “la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare” ecco io direi che ci si accorge dell’Unione Europea solo quando questa inizia a mancare insieme con i diritti che ci ha attribuito. Proprio dai diritti sociali e politici noi dovremo ritornare a difendere il progetto d’integrazione europea e avviarne un radicale rilancio.

La Brexit ci insegna proprio questo!

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