Il Diritto allo studio

Serve una riforma che metta al centro gli interessi degli studenti, che sappia garantire i servizi minimi e che garantisca un futuro ai giovani di questo Paese. In rapporto al Pil spendiamo appena lo 0,9 per cento contro l’1,2 per cento dei tedeschi, l’1,5 dei francesi, il 2 per cento degli inglesi. Se crediamo realmente nell’istruzione, è ora di cambiare la tendenza. Perché studiare è una chance, ciascuno la merita

di Valentino Piccolo

“Cambiamento? Sul diritto allo studio non si vede”! Così tuonavano gli studenti lo scorso 12 ottobre, quando scesero in piazza per manifestare contro la manovra economica e contro i tagli al comparto istruzione. A Roma, come a Napoli e come in tutta Italia, gli studenti hanno sentito il bisogno di manifestare un’amarezza che non conosce colore politico, ma solo la consapevolezza che il tanto decantato cambiamento per il diritto allo studio scolastico e universitario non è avvenuto.

Da allora, poco o nulla è cambiato.  Nella legge di bilancio 2019 all’università vanno solo 90 milioni (di cui 40 per il FFO, il Fondo di Finanziamento Ordinario, 40 alla ricerca e solo 10 al diritto allo studio). Uno sforzo nettamente minore rispetto agli anni precedenti, se pensiamo che la legge di stabilità 2015 ha incrementato il FFO di 150 milioni di euro annui. Ma non è tutto. La manovra prevede infatti che 100 milioni siano accantonati fino a luglio, e che solo in caso di conti in ordine la cifra verrà restituita alle università, portando così il bilancio aggiuntivo per il diritto allo studio addirittura in passivo.
In seguito alla presentazione della manovra, la Presidente del Consiglio Universitario degli studenti universitari, Anna Azzalin, in un video-messaggio pubblico ha criticato aspramente i “doni natalizi” che il governo ha previsto per gli studenti, i dottorandi e gli specializzandi per il 2019, non mancando di far notare come il governo giallo-verde si sia impegnato fortemente sul tema, disattendendo le aspettative.     Il ministro per lo sviluppo economico, Luigi di Maio, che in passato ha anche svolto il ruolo di rappresentante universitario prima di entrare, inizialmente come rappresentante locale e poi come figura di alto profilo nel Movimento 5 stelle, aveva assicurato che i tagli all’università erano finalmente finiti. Ma pur di trovare i fondi per il reddito di cittadinanza, la proposta cardine del Movimento e sulla quale è stato costruito gran parte del consenso elettorale, ha dovuto rimangiarsi questa e molte altre promesse.

Oltre ai tagli già descritti, il governo non si è impegnato seriamente ad eliminare la figura dell’idoneo non beneficiario, un’assurdità italiana che prevede l’esistenza di studenti che hanno pienamente diritto alla borsa di studio, ma che per mancanza di fondi non ne possono beneficiare. Lo scenario conseguente è drammatico: se penalizzi chi non se lo può permettere, blocchi l’ascensore sociale e territoriale. Perfino gli studenti della regione Toscana, una delle regioni virtuose in termini di borse di studio, lo scorso 7 gennaio hanno chiesto al Rettore dell’università di Firenze, Luigi Dei, un momento di riflessione per comprendere il peso economico di questi ennesimi tagli ai finanziamenti, e il loro impatto su diritto allo studio e sulle garanzie di efficienza nel mondo accademico. Lo stesso Dei aveva posto la questione lo scorso dicembre con gravità con una dichiarazione che non lascia adito a dubbi: « Il blocco delle assunzioni previsto nella manovra del Governo, combinato con il superamento della legge Fornero, potrebbe mandare in tilt l’intero sistema organizzativo, non permettendoci di tenere aperte le biblioteche, far funzionare i laboratori o avere segreterie efficienti». Senza fondi aggiuntivi, l’intero sistema universitario che da anni si appoggia a sacrifici e promesse, rischia di crollare.

Di uguale avviso risulta la situazione degli alloggi universitari in Italia. La mancanza di alloggi convenzionati con gli atenei costringe la maggioranza degli studenti a ricorrere a stanza private, spesso pagando cifre molto alte e senza garanzie di contratto.  Milano si conferma la città più cara per gli affitti, dove in media si spende 100 euro in più che a Roma, 110 in più di Bologna e 160 di più che a Firenze. I dati dimostrano che la volontà di investire da parte delle famiglie in un’istruzione universitaria di qualità è alta, ma la risposta dei governi a questa problematica non è mai stata davvero convincente.
Non mancano ovviamente le considerazioni critiche anche sull’aspetto dei pasti consumati all’Università. La mancata considerazione di una problematica che ogni singolo giorno colpisce gli studenti è sintomo di vecchie politiche, che non si sono mai preoccupate di risolvere problemi comuni. A Genova, l’università cittadina si è preoccupata nell’ultimo anno alla creazione dei cosiddetti “home food”, luoghi predisposti al consumo dei pasti tra una lezione e l’altra: ci sono forni a microonde, diversi tavoli, alcuni lavandini e anche Wi-Fi libero: negli “home food” dell’Università di Genova si può consumare il proprio pasto e anche riscaldarlo, se necessario. Un simile sistema è sempre più presente nelle università straniere, dove queste aule vengono utilizzate da studenti e insegnanti allo stesso modo, con l’unica regola di pulire appena si ha finito. Il sistema del diritto allo studio nazionale passa anche da soluzioni legate agli spazi comuni, che invece vengono rilegate a problemi di poco conto.

Ma le proposte di certo non mancano.
 Nel 2015, l’allora responsabile per il diritto allo studio nazionale della Rete Universitaria Nazionale, Francesco Forte, lanciò una serie di proposte programmatiche per riformare il DSU in Italia. La campagna si chiamava “#Significa Futuro”, e già dal nome è facile intuire che l’obiettivo che si erano prefissati era quello di considerare il DSU come parte essenziale della costruzione del futuro di migliaia di giovani nel Paese, rilanciando l’idea che l’ascensore sociale poteva funzionare solo attraverso una solida istruzione, garantendo a tutti le stesse possibilità. Le proposte riguardavano l’istituzione di un Osservatorio Nazionale per il DSU, che avesse il compito di individuare le migliori pratiche da adottare in tutte le regioni e che permettesse a quel punto, anche attraverso l’emanazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP), la programmazione di un fondo integrativo statale che desse maggiori fondi alle regioni per migliorare i servizi.

Ovviamente, ad un conseguente aumento dei fondi, dovrà seguire anche un maggiore controllo da parte dello Stato, facilitando il commissariamento in caso di malagestione di fondi e risorse, considerando anche la possibilità di configurazione di danno erariale per le regioni che non finanziano i loro enti preposti al DSU.
Anche le borse devono avere regole certe e tempi brevi: i ritardi dei pagamenti penalizzando le famiglie a basso reddito e tutti i fuori sede. Si propose una scadenza al 15 settembre per gli iscritti al primo anno, e una scadenza al 15 ottobre per gli anni successivi al primo, in modo da facilitare anche il finanziamento di affitti e spese di libri di testo. Va inoltre migliorata la conoscenza del bando, attraverso un sistema di notifica che ti permette di sapere, al momento della presentazione dell’ISSEU online, se si ha diritto alla borsa oppure no (solo nell’ambito dei requisiti economici), in modo da essere certi di aver dato a tutti le conoscenze essenziali ai fini del percorso universitario.
Nell’ambito degli alloggi, le proposte miravano alla costruzione di residenze universitarie fino a copertura della domanda, alla realizzazione di un’Agenzia per gli affitti regionale, che avrebbe il compito di offrire una consulenza gratuita, di confrontare gli affitti e di gestire le pratiche burocratiche, anche solo permettendo ad uno studente di subentrare al posto di un altro con facilità. È inoltre possibile, al fine di supportare la costruzione e ristrutturazione di residenze, l’emanazione di bandi specifici come previsto dalla legge 338/00, che permette procedure di cofinanziamento del MIUR per interventi tramite finanziamenti erogati da cassa depositi e prestiti e sistemi di project financing.
Per contrastare la piaga degli affitti a nero, ad esempio, si potrebbe supportare lo studente attraverso un’agevolazione fiscale che gli permetta di risparmiare sulle tasse universitario presentando un contratto regolare di affitto, a seguito di un accordo che permetta di finanziare le tasse attraverso gli introiti IRPEF ottenuti dai contratti di locazione (il cosiddetto “IRPEF cashback).
In tema di trasporti è importante implementare forme di riconoscimento di abbonamenti gratuiti per gli studenti pendolari (come già avviene in Campania, grazie ad una proposta che i Giovani Democratici presentarono poco prima delle elezioni regionali del 2015). In ogni caso è necessario presentare proposte che mirano all’utilizzo dei mezzi pubblici, limitando gli spostamenti in auto (magari incentivando la condivisione dei mezzi privati).
Un ultimo punto riguarda le borse per la mobilità internazionale. Per uno studente Erasmus come me, che ha vissuto i disagi di vivere 5 mesi all’estero, la problematica maggiore ha riguardato l’importo della borsa europea, che ho giudicato troppo basso. Per fare un esempio concreto, uno studente Erasmus che parte per Parigi, ha diritto ad una borsa Erasmus di 250 euro (per tutti i mesi di soggiorno tranne l’ultimo, che verrà corrisposto solo al termine dell’esperienza).  Il costo medio di una stanza non troppo decentrata può arrivare tranquillamente a 500/600 euro al mese, spese incluse. Considerando le spese dovute all’alimentazione e agli extra, potremmo dire che la borsa copre appena ¼ dei costi totali. Bisogna quindi riconsiderare la dotazione agli studenti prima della loro partenza, strutturando magari un vero e proprio welfare studentesco che metta al centro l’internazionalizzazione come modello, in un mondo globalizzato che richiede sempre maggiore esperienza in merito.

In conclusione, serve una riforma che metta al centro gli interessi degli studenti, che sappia garantire i servizi minimi e che garantisca un futuro ai giovani di questo Paese. In rapporto al Pil spendiamo appena lo 0,9 per cento contro l’1,2 per cento dei tedeschi, l’1,5 dei francesi, il 2 per cento degli inglesi. Se crediamo realmente nell’istruzione, è ora di cambiare la tendenza. Perché studiare è una chance, ciascuna la merita.

Per commentare