Ecologia artificiale

Il nostro ambiente di vita, in cui siamo sempre più disposti a delegare decisioni e azioni alle macchine, è sempre più artificiale e definito da una dimensione immateriale che può essere plasmata e rimodellata con costi e tempi enormemente inferiori a quanto sarebbe necessario nella dimensione materiale. È il momento di pensare all’ambiente artificiale come l’integrazione delle dimensioni materiale ed immateriale e averne cura, in senso complessivo

di Stefano Quintarelli

Quando si parla di “computer” si pensa a quell’oggetto che sta sulla scrivania, con processore, memoria, storage, tastiera, monitor e mouse.

Generalmente non è più così: il computer è connesso e l’elaborazione viene fatta, oltre che localmente (in minima misura) da molti server remoti il cui risultato viene presentato in una pagina web come un unico oggetto sul nostro schermo.

Anche l’archiviazione, oltre che localmente (in minima misura), viene fatta su una pluralità di server remoti.

Infine, i dispositivi di input/output con i quali noi interagiamo stanno sulla nostra scrivania o nella nostra tasca.

La capacità di calcolo locale viene utilizzata perlopiù per presentare le informazioni sullo schermo e per acquisire i nostri comandi. La capacità di archiviazione locale è minima rispetto a quella remota e sempre più viene usata per disporre di quei contenuti che potrebbero necessitarci nel caso di una assenza di connettività.

Man mano che la portata della rete aumenta, consentendo di trasferire enormi quantità di dati come tipicamente si faceva accedendo a un disco fisso locale e man mano che si riduce il tempo necessario per inviare una informazione in rete e ottenere una risposta (la latenza, che si ridurrà significativamente con l’avvento del 5G), la necessità di archiviazione ed elaborazione locale diminuisce.

È un po’ come se i cavi interni disegnati sui circuiti dentro il computer venissero estesi, allungati e avvinghiati alla rete globale e il nostro ‘personal computer’ venisse decomposto nelle sue componenti fondamentali – archiviazione, calcolo e input/output – e sparso in giro per il mondo.

Ma con l’aumento della capacità di elaborazione, l’input output non è solo tastiera/mouse e video, ma anche altoparlanti e microfoni, attuatori e sensori di vario tipo.

Il “nostro” “computer” (volutamente tra apici) è sparso in giro per il mondo e la nostra interazione con esso avviene con dispositivi di input-output che stanno ovunque.

Ciò che definisce la possibilità di accesso al “nostro” “computer”, in ultima analisi, è la nostra identità che viene riconosciuta e che ci garantisce l’accesso a elaborazioni e dati (e alla raccolta di dati e la loro elaborazione).

Il termostato o la tv che ascoltano le nostre istruzioni, la console di videogiochi che riconosce i nostri movimenti, il vivavoce che interagisce con noi in auto, lettori di impronta digitale e videocamere con riconoscimento biometrico della forma del volto, dispositivi bluetooth che si accoppiano con la nostra “chiave” (il telefono), eccetera.

L’input/output, che una volta era la tastiera del personal computer, diviene un grande insieme di sensori, tutto intorno a noi.

Il PC, con la sua elaborazione, archiviazione e comunicazione, tutto centralizzato e compatto, isolato sulla scrivania davanti a noi, ha lasciato il passo a una elaborazione sparsa ovunque, con dati sparsi ovunque e un sistema di input/ouput che sfrutta la gamma più disparata possibile di dispositivi, attuatori e sensori, inseriti in tutti gli oggetti con cui interagiamo.

Un simile scenario richiede delle garanzie notevoli in termini di verifica dell’identità e gestione della titolarità di accesso a queste risorse di calcolo, di archiviazione, di attuatori e di sensoristica.

La tendenza è verso dispositivi intelligenti che sorvegliano sempre più le nostre vite, tecnologie di intelligenza artificiale che orientano sempre di più il nostro comportamento, robot di cura che sostituiscono il contatto umano, ecc.

Parallelamente, la trasmissione veloce delle informazioni, la moltitudine di fonti di informazione (molte delle quali inaffidabili) e la possibilità di costruire e diffondere artificialmente notizie e fatti (“false news”) ha generato risultati inaspettati nel modo in cui l’opinione pubblica si sta formando.

Il nostro ambiente di vita, in cui siamo sempre più disposti a delegare decisioni e azioni alle macchine (dai sistemi di raccomandazione ai sistemi di navigazione agli assistenti virtuali), è sempre più artificiale e definito da una dimensione immateriale che può essere plasmata e rimodellata con costi e tempi enormemente inferiori a quanto sarebbe necessario nella dimensione materiale. E, soprattutto, assai più impercettibilmente.

È tutt’altro che scontato che questo ambiente “migliori”, intendendo con ciò che massimizzi effetti socialmente desiderabili, stanti gli interessi contrastanti, la governance frastagliata e la poca comprensione nella politica.

Però è l’ambiente in cui progressivamente si sviluppano maggiormente relazioni sociali ed economiche e forse non basta più un approccio segmentato, che volta per volta affronta questioni solo da punti di vista limitati, e non in senso complessivo.

Forse è il momento di pensare all’ambiente artificiale come l’integrazione delle dimensioni materiale ed immateriale e averne cura, in senso complessivo.

Forse si deve pensare ad una Ecologia artificiale.

 

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