L’economia giusta all’epoca del cambiamento climatico

La sinistra deve tenere insieme giustizia sociale e giustizia ambientale, per evitare che i modelli di consumo dei più ricchi si scarichino sulla vita dei più poveri e che i costi della transizione impattino, in ugual misura, e quindi allargando le diseguaglianze, tra ricchi e poveri,  sia nel Sud che nel Nord del mondo.

di Silvano Falocco, Direttore Fondazione Ecosistemi, Piazza Grande Roma

Le nostre proposte per l’economia giusta: un modello di sviluppo puntato sulla sostenibilità ambientale 

1.

Il recente Rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) –  il più importante organismo scientifico dedicato alla ricerca su come sta cambiando il clima della Terra – evidenzia che, agli attuali ritmi di emissioni di gas serra, la temperatura media, entro il 2030, supererà gli 1,5 °C, ritenuti la soglia massima di sicurezza per non avere effetti catastrofici.

Per rimanere al di sotto di quella soglia servono, da subito, enormi investimenti, con una spesa annua pari al 2,5 per cento del PIL mondiale, per almeno 20 anni, che dovranno portare a:

  • ridurre le emissioni globali di CO2arrivando, nel 2030, a produrre il 45 per cento di quelle prodotte nel 2010;
  • produrre l’85 per cento dell’energia elettrica da fonti rinnovabili, entro il 2050;
  • portare a zero, prima possibile, il consumo di carbone a zero;
  • raggiungere l’equilibrio arrivando, entro il 2050, a emissioni zero.

2.

La conferma che questo problema sia, non il nostro futuro, ma il nostro presente, l’abbiamo anche in Italia, esaminando – come ha fatto è il Consiglio nazionale delle ricerche-Isac –  l’andamento delle temperature medie italiane del 2018: il 2018 è stato l’anno più caldo per l’Italia – dal 1800 ad oggi – registrando un  +1.58°C sopra la media del periodo di riferimento (1971-2000), superando il precedente record del 2015 (+1.44°C sopra la media). Peraltro la serie storica mostra un andamento verso temperature sempre più alte e concentrate: dei 30 anni più caldi, dal 1800 a oggi, 25 sono successivi al 1990.

3.

Quali sono le implicazioni di questo cambiamento climatico? Impattano sull’economia, sul lavoro, sul benessere, sull’equità oltreché, ovviamente, sullo stato dell’ambiente? La notte tra il 28 e il 29 Ottobre 2018 abbiamo assistito, nell’Agordinese, a un evento che ci restituisce, con precisione, il costo del cambiamento climatico e i compiti che ne derivano.

Milioni di abeti spazzati via da un evento climatico estremo, che non riusciamo a utilizzare neanche nell’industria del legno, ormai quasi scomparsa in Italia. Un evento che avrà un costo economico ma anche sociale, di giustizia – per le popolazioni ferite dall’evento – e di possibilità di rigenerazione.

Quegli abeti spazzati via sono anche il segno di come dobbiamo agire e degli investimenti, dell’occupazione, della ricerca e della creatività che serve all’Italia.

In particolare di investimenti pubblici che promuovano un’economia più giusta, equa, sostenibile, che si proponga di curare e non distruggere il territorio.

E’ per questo che serve una transizione ecologica ed economica, del nostro paese: serve un’economia giusto che tenga conto del cambiamento climatico in corso.

4.

Ma il cambiamento climatico ha a che vedere con la diseguaglianza e l’equità? Cambiamento climatico e disuguaglianza economica sono indissolubilmente legati: la crisi ambientale, infatti, deriva dal livello di emissioni di gas a effetto serra prodotte dai “ricchi” ai danni dei “poveri”.

Le persone più povere del pianeta non sono soltanto quelle che hanno le minori responsabilità nel provocare i cambiamenti climatici, ma sono anche coloro maggiormente vulnerabili alle loro conseguenze e meno in grado di affrontarli. Queste disuguaglianze sono sia orizzontali che verticali e vedono le donne maggiormente esposte ai rischi rispetto agli uomini, così come le comunità rurali rispetto a quelle urbane, e tutti i gruppi marginalizzati per motivi di razza, etnia o di altri fattori rispetto al resto della popolazione.

Uno studio della Banca Mondiale rivela che la maggior parte delle persone vive in paesi in cui i più poveri  sono maggiormente esposti ai disastri naturali come siccità, inondazioni e ondate di calore rispetto alla media dell’intera popolazione.

Molto spesso, soprattutto nei paesi poveri,  sono le donne ad essere maggiormente esposte ai rischi legati al surriscaldamento globale poiché tendono ad essere più dipendenti da attività economiche soggette alle condizioni climatiche (come l’agricoltura pluviale e la raccolta di acqua per uso domestico), e spesso hanno pochissime possibilità di uscire da periodi di crisi o di aumentare la produttività per via, per esempio, di un minore accesso alla terra, alla formazione o al capitale.

Questo tipo di disuguaglianze si osserva anche nei paesi ricchi. La rivolta francese, aldilà di ogni giudizio, ci mette in allerta sull’equa distribuzione, anche nei paesi ricchi, dei costi economici e sociali della indispensabile transizione ecologica.

La sinistra deve tenere insieme giustizia sociale e giustizia ambientale, per evitare che i modelli di consumo dei più ricchi si scarichino sulla vita dei più poveri e che i costi della transizione impattino, in ugual misura, e quindi allargando le diseguaglianze, tra ricchi e poveri,  sia nel Sud che nel Nord del mondo.

5.

Da dove partire per finanziare la transizione ecologica? Il Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD) e dei sussidi ambientalmente favorevoli (SAF) stilato dal Ministero dell’Ambiente individua 57 forme di sussidio dannoso per l’ambiente che costano 16,2 miliardi di euro, e 46 forme di sussidio favorevole all’ambiente per un valore di 15,7 miliardi di euro.

Quindi, ad oggi, lo Stato italiano finanzia le attività inquinanti più di quanto non faccia con quelle pulite.

Se vogliamo produrre un’economia giusta al tempo del cambiamento climatico, potremmo iniziare proprio dalla riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi.

6.

Per ridurre le emissioni di gas serra abbiamo bisogno di investire le risorse in dieci piani per l’Economia Giusta all’epoca del cambiamento climatico:

  • di Investimenti Pubblici per la manutenzione del territorio
  • per l’Energia Sostenibile
  • per la Mobilità Sostenibile
  • per la Biodiversità e le infrastrutture verdi
  • per l’acqua pubblica e i beni comuni
  • per il cibo buono, sano e giusto
  • per l’economia circolare
  • per gli Appalti verdi e circolari
  • per le Città Verdi e Intelligenti
  • per la Ricerca, la formazione e l’educazione per la sostenibilità e l’innovazione ecologica

 

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