Il reddito di cittadinanza? Una risposta sbagliata a domande giuste

Giuseppe Provenzano: Non credo che il congresso risolverà tutti i problemi del Pd e della sinistra italiana. Ma uno sì: può segnare una discontinuità netta, Zingaretti è impegnato in questo. Servirebbe una nuova forza moderata, liberale, per evitare che il centro sprofondi a destra. Il nostro compito è riaffermare le ragioni della sinistra in questo tempo. E io credo che siano le ragioni del socialismo

L’intervista di Daniela Preziosi a Giuseppe Povenzano, Il Manifesto, 22 gennaio 2019

«L’ultimo rapporto Oxfam dice una cosa nuova: non solo nella globalizzazione aumentano i super ricchi, ma per la prima volta si è interrotto il trend di riduzione della povertà. La maschera di questo modello di sviluppo è strappata. Bisogna dirlo senza timidezze. Venendo all’Italia, se il 2% degli italiani possiede il 72% della ricchezza nazionale, fare un referendum contro il reddito di cittadinanza è da imbecilli». Giuseppe Provenzano, giovane leader emergente della sinistra Pd, è uno studioso, esperto di Mezzogiorno.

Lei è favorevole al cosiddetto reddito di cittadinanza? È una risposta confusa e contraddittoria a domande giuste.

Nel Pd molti sfottono il decreto: «una vita in vacanza», roba da «divenisti». Dio acceca chi vuole perdere. Questa non è la posizione del Pd ma quella dei renziani. Il disprezzo verso chi non ha un lavoro non c’entra nulla con la sinistra e ci condannerebbe alla sconfitta perenne. Il Pd pensi a migliorare il decreto in parlamento. Vogliamo renderlo più simile al Rel? Giusto, ora ci sono più soldi. Avremmo dovuto metterceli noi.

Qual è la posizione del Pd? Il Pd è a congresso, posso dire la mia. Il reddito non funzionerà perché unisce due diverse esigenze: combattere la povertà e fare una politica per il lavoro. Al milione e 300mila lavoratori poveri non devi dare un sussidio ma affermare la dignità di quel lavoro, ad esempio con un salario minimo. Per i due milioni di lavoratori occupabili non c’è nessuna politica per il lavoro, gli investimenti sono stati tagliati di tre miliardi. Infine, c’è una grande quota di non occupabili. Ma a loro manca un sistema di servizi per un’inclusione attiva. Anzi con la “secessione dei ricchi” che chiedono alcune regioni, al Sud i servizi rischiano di saltare.

Dopo il congresso ci sarà un Pd diverso? Già avere dirigenti che non usino quelle espressioni di disprezzo verso la sofferenza sociale è un passo avanti. Non credo che il congresso risolverà tutti i problemi del Pd e della sinistra italiana. Ma uno sì: può segnare una discontinuità netta, Zingaretti è impegnato in questo. Nei militanti la richiesta di una svolta cresce. Il problema però è capire la nostra proposta politica. Per il lavoro, intanto: è del tutto assente dalla politica del governo. Non basta dire ‘investimenti pubblici’. Bisogna dire come farli. Il governo li ha tagliati e ha rinviato le assunzioni pubbliche. Il rapporto Oxfam dice che nelle dinamiche della disuguaglianza uno dei problemi è la tassazione. Su questo la sinistra deve dire cose chiare: ripristinare una tassa di successione, la progressività delle aliquote, tassare i grandi patrimoni, come le case di lusso, che il Pd ha cancellato.

Torna la sinistra delle tasse? Bisogna abbassare le tasse sui redditi medio bassi e sul lavoro, ma per farlo devi alzare ai ricchi, alle multinazionali che eludono, sulle rendite. Ma bisogna agire a monte, sui meccanismi di concentrazione della ricchezza. È la base della distinzione fra destra e sinistra. E vale per l’Europa. Dirsi europeisti non basta.

Il manifesto di Calenda non la convince? Bisogna essere più chiari. L’europeismo è stato svuotato del conflitto fra destra e sinistra. Costruire un’Europa sociale significa rovesciare la politica attuale. Solo così si possono arginare i sovranisti. Il fronte degli inclusi è un calcolo elettorale sbagliato, oltreché un errore politico.

Fate autocritica, come Junker sulla Grecia? Ho trovato oscene le parole di Junker alla luce delle sofferenze patite dai greci. Le élite europee sono screditate. Hanno giocato a scaricabarile dei populismi, per ragioni interne. Prima Merkel con l’austerità. Poi Macron, con la sua politica delle frontiere, non è stato nemico ma alleato di Salvini. L’Europa nel Mediterraneo rinnega se stessa.

Per Prodi le europee sono «decisive come il ‘48». I 5 stelle sono il fronte popolare? Il paragone è improprio. Oggi la Russia è Putin, ma gli Usa sono Trump. E poi nel ‘48 abbiamo perso, no?

I 5 stelle perdono consensi, ma il Pd non cresce. Il Pd deve chiudere con l’ultima stagione, ma non basta. Serve un ripensamento radicale, dire con nettezza parole nuove, o anche antiche che abbiamo smesso di pronunciare. Giustizia, lavoro, welfare. Dobbiamo invertire le priorità, promuovere una svolta dell’uguaglianza per far ripartire lo sviluppo. Con le scelte del governo, siamo passati dalla follia europea dell’austerità espansiva alla quella italiana dell’indebitamento recessivo.

Il Pd si dividerà? Per me la priorità non è tenere unito il vecchio gruppo dirigente ma riprendere un rapporto con la società italiana. Oggi non c’è solo la crisi della sinistra, c’è anche quella del liberalismo. Servirebbe una nuova forza moderata, liberale, per evitare che il centro sprofondi a destra. Non auspico scissioni, dico solo che il nostro compito è riaffermare le ragioni della sinistra in questo tempo. E io credo che siano le ragioni del socialismo.

 

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