Lavoro collaborativo e innovazione sociale: per un’altra Italia

La sinistra che vogliamo è quella che guarda al futuro con la consapevolezza che i diritti e la felicità non ci verrà regalata da un nuovo boom economico, dal reddito di cittadinanza o dalla flat tax, ma dalla nostra capacità di creare nuovi commons, piattaforme collaborative, mutualismo, innovazione e solidarietà sociale, quella che farà degli spazi di coworking i nuovi centri per l’impiego

di Enrico Parisio – Millepiani corworking, Università Rufa

Si parla sempre più frequentemente di innovazione sociale, di open innovation come nuova vocazione dell’impresa nella quarta rivoluzione industriale. La relazione sociale è al centro dei processi di creazione di valore: agire sui flussi generati tra peers per estrarre profitti. Tutto ciò all’interno di una profonda crisi del mondo del lavoro, che non solo interessa le fasce più basse, le cui mansioni sono facilmente rimpiazzabili attraverso processi di automazione, ma finanche il mondo delle professioni “liberali”.

Robotizzazione, learning machines, open data, automatizzano non solo i processi produttivi ripetitivi, ma anche quelli creativi. Petabyte, exabyte, zettabyte non sono misure gestibili da menti umane, ma solo da macchine e relativi algoritmi.

Per la prima volta nella storia del mondo industrializzato, l’avanzamento tecnologico non libererà nuove energie e non produrrà nuovi settori di mercato in grado di assorbire nel tempo le eccedenze di manodopera. Le nuove competenze da formare richieste oggi più che mai dalle aziende, dai soft skills al data engineering, interessano una fascia molto ristretta di professionisti. Viceversa i processi di automazione investono, con una logica disrupting, i settori tradizionali, creando una concorrenza al ribasso nel poco mercato del lavoro che sopravviverà, fino alla schiavitù.

Questa rivoluzione, sia a livello industriale che nei servizi, muta radicalmente l’idea del lavoro novecentescca: l’analisi di Edelman Intelligence per i network Freelancers Union e Upwork aveva calcolato che poco meno di un terzo dei lavoratori statunitensi già si poteva considerare un “freelance”. In un aggiornamento recente, la cifra, stimata attraverso un’indagine a campione, era salita al 35 per cento. Si sta procedendo verso la profezia annunciata dalla stessa organizzazione dei lavoratori autonomi statunitense, che si arrivi entro il 2020 addirittura ad avere il 50% di forza lavoro etichettabile come freelance.

Da diversi decenni nei Paesi ad economia avanzata, si è sviluppata una realtà lavorativa/produttiva che si colloca in una area intermedia tra la libera professione e l’attività di impresa: il coworking. Questa realtà oggi sembra che abbia accelerato la propria crescita, e che stia diventando realmente significativa in termini di occupazione (soprattutto per i giovani con un profilo di conoscenze e capacità medio alto) e creazione di valore.

Non si tratta di un fenomeno effimero o l’inseguimento di un’utopia. Si tratta con tutta evidenza della sperimentazione creativa di una nuova modalità di organizzare il lavoro, che vede gli spazi condivisi di lavoro come “aggregatori”  delle nuove figure produttive e sociali partorite dal terziario avanzato.

La creatività, la capacità di collaborare, l’uso intelligente delle nuove tecnologie, un alto livello di competenza professionale sono quindi i punti di forza che stanno accompagnando l’espansione di questo insieme di micro imprese e di professionisti. 

Il fenomeno coworking, dai suoi esordi europei con il C-base, fondato a Berlino nel 1995, sta evolvendo sempre più da luogo di condivisione delle strutture a sistema per l’accelerazione di imprese e per la creazione di smart communities. La diffusione del fenomeno in Italia in questi anni è la dimostrazione di come il coworking stia avendo ancora molto fortuna. Ad oggi, secondo la recente ricerca svolta dall’Enea, si contano in Italia 588 centri di coworking.

Gli spazi condivisi di lavoro riescono a creare innovazione e valore (quest’ultimo non inteso esclusivamente in senso economico), costituendo un “modello” che promuove e sostiene l’autoimprenditorialità, l’accesso all’occupazione, il mutualismo, in grado inoltre di interpretare al meglio nuovi modelli di impresa improntati sulla decrescita e sulla sostenibilità sia sociale che ambientale dell’impresa stessa.

Nel vuoto di rappresentanza e di crisi dei corpi intermedi, queste strutture sono spesso le uniche “istituzioni di prossimità” capaci di aggregare quell’universo del lavoro cosiddetto atipico – intermittente, precario che dir si voglia – sostanzialmente escluso dalle tradizionali forme di tutela e di welfare, ma che nell’autorganizzazione produce innovazione.

La sinistra che stiamo costruendo è quella dei nuovi lavoratori e non lavoratori che anni di cieche politiche neoliberiste hanno impoverito e umiliato, ma che nella desertificazione dei territori hanno sperimentato nuove forme di cooperazione orizzontale, di resistenza e di autorganizzazione.

La sinistra che vogliamo è quella che guarda al futuro con la consapevolezza che i diritti e la felicità non ci verrà regalata da un nuovo boom economico, dal reddito di cittadinanza o dalla flat tax, ma dalla nostra capacità di creare nuovi commons, piattaforme collaborative, mutualismo, innovazione e solidarietà sociale.

La sinistra che vogliamo è quella che farà degli spazi di coworking i nuovi centri per l’impiego, di esperienze come quella del Teatro Valle Occupato il modello per la gestione degli spazi culturali, di Riace l’esempio per ripopolare i piccoli centri abbandonati e costruire comunità accoglienti, solidali e integrate.

Un’altra Italia, insomma.

 

Per commentare