L’ecologia è moderna: ecco perché

È moderna l’ecologia perché ha visto prima e con molta più chiarezza che i problemi ambientali che ci assediano – l’inquinamento, la perdita di biodiversità, oggi i cambiamenti climatici – sono al tempo stesso opera dell’uomo e minaccia mortale non per un’astratta “natura” – la natura, per dire, in milioni di anni è sopravvissuta a cambiamenti climatici ancora più sconvolgenti di quelli odierni – ma per il benessere presente e futuro di una specie su tutte le altre: la nostra

di Roberto Della Seta, Presidente della Fondazione “Europa Ecologia

È moderna l’ecologia, o non è piuttosto un pensiero reazionario, che rifiuta l’idea di progresso e condanna l’uomo alla rinuncia, all’immobilismo? Da quando mi sono scoperto ambientalista – nell’aprile 1986, il mese di Cernobyl, da obiettore di coscienza in servizio civile in una piccola associazione nata da poco che si chiamava Lega per l’Ambiente e oggi si chiama Legambiente –  domande così me le sono sentire ripetere infinite volte, e qualche volte me le sono rivolte io stesso.

Sono domande legittime, che chiamano risposte difficili e controverse. L’ecologia è da sempre un pensiero “sovversivo”, che mette in dubbio assunti centrali su cui si è costruita nei secoli l’idea di progresso: primo tra tutti l’assunto, comune a tutte le principali tradizioni politico culturali degli ultimi secoli, che vede la crescita economica come una prospettiva lineare. Non a caso, uno dei libri-manifesto di questa nuova visione, scritto all’inizio degli anni ’70 da una gruppo di economisti del Mit di Boston, s’intitolava “I limiti dello sviluppo”, e venne accolto con aperta ostilità dai liberali come dai socialisti di allora.

Ma proprio perché culturalmente “sovversiva”, l’ecologia – ne sono convinto – è un pensiero modernissimo, attrezzo indispensabile per riconoscere il salto d’epoca – sociale, geopolitico, economico, ambientale – nel quale come umanità siamo immersi e per ricavarne il meglio.

È moderna l’ecologia perché ha visto prima e con molta più chiarezza che i problemi ambientali che ci assediano – l’inquinamento, la perdita di biodiversità, oggi i cambiamenti climatici – sono al tempo stesso opera dell’uomo e minaccia mortale non per un’astratta “natura” – la natura, per dire, in milioni di anni è sopravvissuta a cambiamenti climatici  ancora più sconvolgenti di quelli odierni –  ma per il benessere presente e futuro di una specie su tutte le altre: la nostra.

Allora oggi non ha senso ragionare di progresso senza mettere al centro di contemporanee visioni e politiche progressiste una radicale riconversione ecologica dei sistemi di produzione, di consumo, di organizzazione urbana e territoriale. Senza, prima di tutto, porsi e perseguire l’obiettivo di azzerare entro due o tre decenni l’uso di combustibili fossili: l’alternativa è lasciare che il “climate change” abbatta l’asticella di un aumento della temperatura media terrestre superiore a un grado e mezzo, che come da anni ammonisce la scienza è la soglia critica oltre la quale i cambiamenti climatici produrrebbero danni sociali, ambientali, economici catastrofici e irreparabili.

L’ambiente oggi evoca una grande, decisiva questione sociale, investe il destino dell’uomo prima ancora di quello della natura. Ciò vale per problemi globali come i cambiamenti climatici – il “climate change” fa crescere la povertà nel mondo, già oggi vi sono decine di milioni di migranti climatici in fuga da territori ormai desertificati – e vale per problemi squisitamente italiani: il dissesto idrogeologico e l’abusivismo edilizio che fanno abitare in condizioni di insicurezza centinaia di migliaia di italiani, i rifiuti industriali smaltiti clandestinamente dalle ecomafie che avvelenano suolo, acqua e cibo.

Ma l’ambiente simboleggia, al tempo stesso, uno dei fronti più promettenti per creare nuovo sviluppo e nuova occupazione, e in particolare per  l’Europa e per l’Italia puntare su uno sviluppo “green” è un interesse prioritario. In Europa dieci anni di recessione economica, di crepe crescenti nei sistemi di welfare, hanno dato forza a partiti e movimenti che invocano il ritorno a rigide sovranità nazionali e negano gli stessi princìpi di solidarietà e apertura alla base della costruzione europea. Una prospettiva autolesionista, che condannerebbe i popoli europei al declino sociale ed economico. Il “vecchio continente” non è più il centro del mondo, intorno a noi crescono attori economici e geopolitici di potenza formidabile, dalla Cina all’India. Per essere protagonisti in questa realtà globale in rapida evoluzione; per salvaguardare e consolidare il benessere economico e sociale dei popoli europei mettendoci alle spalle la crisi drammatica di questi anni, per dare lavoro a chi l’ha perso o non lo trova e restituire fiducia nel futuro ai tanti che l’hanno persa, dobbiamo valorizzare al massimo i nostri talenti, e tra questi c’è indiscutibilmente l’eccellenza nell’innovazione tecnologica, produttiva nel segno della sostenibilità ambientale. In Italia la “green economy” è già il pane quotidiano di migliaia di aziende, che si sono affermate proprio investendo sulla sostenibilità ambientale, dall’energia pulita alla chimica verde. Per diventare “sistema”, per incarnare una strategia generale capace di dare respiro e futuro a tutta l’economia economia, queste eccellenze hanno bisogno di più sostegno, soprattutto di molta più fiducia da parte dei decisori politici. Di tutto questo l’attuale maggioranza di governo “giallo-nera” sembra completamente ignara, ma la centralità dei temi ambientali rispetto a una rinnovata e credibile idea di progresso è stata a lungo trascurata anche dalla forze politiche progressiste. Solo riconoscendola, facendone un pilastro della propria identità e della propria proposta agli italiani, le forze politiche democratiche, europeiste, autenticamente progressiste possono impegnarsi utilmente perché l’attuale, desolante deriva politica italiana non duri troppo a lungo.

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