Sì alle autonomie per far funzionare meglio l’Italia e rafforzare la sua coesione territoriale, no a quelle che la distruggono

Se la strada che si vuole perseguire è quella di una gestione diretta e più efficiente di risorse che lo Stato già spende per competenze che verrebbero trasferite alle Regioni senza creare disparità tra i diversi territori italiani non possiamo essere contrari nello spirito della proposta formulata dall’Emilia-Romagna. Dunque, sì alle autonomie per far funzionare meglio l’Italia, no a quella che la distrugge

l progetto per la realizzazione di un sistema di autonomie differenziate, come ogni riforma che tocchi l’assetto istituzionale del Paese, è materia da trattare con estrema cura. Lo ha ricordato questa settimana anche il presidente Mattarella davanti all’Unione delle Province Italiane: è fondamentale, di fronte all’esigenza di semplificazione istituzionale, di revisione della spesa e di efficientamento amministrativo, presidiare sempre quelle funzioni che riguardano i “diritti primari delle persone”. Proprio la riforma incompiuta delle Province, con le sue conseguenze sulla vita dei cittadini, rappresenta un monito che sarebbe folle ignorare.

Ho quindi la massima attenzione a ogni spinta riformatrice che abbia come missione quella di aumentare il livello di efficienza delle articolazioni dello Stato, a partire da quella delle Regioni, ma il percorso non deve in alcun modo prescindere dalla piena salvaguardia dell’unità nazionale e di diritti universali e costituzionali, come quelli legati all’istruzione, alla sanità e al welfare. Stiamo parlando di diritti delle persone.

Credo sia giusto dare alle Regioni la possibilità di esercitare maggiori responsabilità,coniugando questa possibilità con il dovere di garantire uno sviluppo armonico e solidale all’intero Paese. Dico quindi sì a forme di responsabilizzazione a saldo zero per lo Stato che spostino competenze e risorse. Sì, anche, a forme di controllo di tutte le Regioni sull’efficienza dei loro servizi, assicurando in tutto il territorio nazionale che essi raggiungano i livelli essenziali.

Gli sprechi infatti sono di per sé la prima negazione del diritto ai servizi efficienti dei cittadini. Facciamo anzi un passo ulteriore: per evitare un nuovo centralismo di stampo regionale, si abbia il coraggio di coinvolgere Città metropolitane, Comuni e Province perché le competenze su alcuni servizi, quelli più vicini ai cittadini (ad esempio i trasporti), siano delegati a loro.

In un progetto complessivo di riordino di poteri e competenze, non possiamo prescindere dall’esigenza di una maggiore valorizzazione del ruolo dei Comuni e delle realtà locali. Lo dico da presidente, non credo all’idea di Regioni che fanno tutto e concentrano su se stesse troppi poteri.

Diciamo no, invece, a forme di egoismo, per cui le Regioni più ricche terrebbero per sé una parte maggiore della massa fiscale pagata sui loro territori. Consideriamo, ad esempio, che tante aziende determinano il loro arricchimento decentrando la produzione in altre parti di Italia o all’estero.

Il modo migliore per procedere quindi, a mio giudizio, sarebbe quello di affrontare, contestualmente al processo di realizzazione delle autonomie differenziate, il tema fondamentale dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni) e del loro adeguato finanziamento su tutto il territorio nazionale. Perché la prima esigenza è quella di evitare il rischio di aumento delle disparità tra le Regioni, soprattutto in una fase nella quale le scelte sbagliate del governo rischiano di innescare tagli alla spesa sanitaria e sociale.

La distribuzione delle risorse deve mettere al centro, prima di tutto, la necessità di garantire a tutti i cittadini parità di servizi e quella di superare i divari regionali.

Se la strada che si vuole perseguire è quella di una gestione diretta e più efficiente di risorse che lo Stato già spende per competenze che verrebbero trasferite alle Regioni – senza creare disparità tra i diversi territori italiani – non possiamo essere contrari nello spirito della proposta formulata dall’Emilia-Romagna.

Esistono differenze sostanziali tra le diverse proposte portate avanti dalle Regioni, e trovo gravissimo che il Governo abbia tenuto finora segreta la propria visione su un processo così importante per il futuro istituzionale dell’Italia. Solo dopo aver fatto chiarezza sui punti fondamentali delle risorse adeguate e della garanzia dei livelli essenziali, infatti, si può parlare seriamente di autonomia differenziata, per riaffermare il ruolo, le potenzialità e le specificità dei sistemi territoriali e per coniugare parità di diritti ed efficienza.

Senza queste garanzie, non c’è autonomia ma disgregazione. Un rischio sul quale bisogna vigilare seriamente, perché non bisogna distruggere ma rafforzare l’Italia e la sua coesione territoriale.

Dunque, sì alle autonomie per far funzionare meglio l’Italia, no a quella che la distrugge.

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